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Napoli nel Cinema

Fin dalla nascita del cinematografo Napoli fu una delle capitali del cinema italiano, favorendo la diffusione di un’immagine cinematografica di Napoli che si rifà a quella pittorica; infatti nei film girati a Napoli nei primi decenni del ‘900 troviamo gli stessi sfondi caratteristici della scuola pittorica di Posillipo. Nei film d’inizio novecento Napoli risulta essa stessa protagonista indiscussa, infatti, si ritrovano sempre i luoghi canonici della città, dal golfo con il Vesuvio a Posillipo, a San Martino, a Marechiaro, al Borgo Marinari, al Maschio Angioino.
Nell’epoca fascista, “confinati fuori campo i problemi della città, la sua violenza e le sue contraddizioni, sullo schermo luccica una Napoli da cartolina turistica, decorosa e priva di lati bui .”
Ma accanto alla Napoli “da cartolina turistica” nei film “dedicati” alla città partenopea spuntano anche i vicoli e gli scugnizzi, che, già utilizzati da Elvira Notari, sono stati un po’ oscurati negli anni del fascismo, per poi rispuntare nel Neorealismo.
Nel 1963 Francesco Rosi gira Le mani sulla città, un film che cambierà l’immagine di Napoli sul grande schermo. Quella presentata da Rosi è una città completamente trasformata. Le inquadrature aeree ci mostrano una città piena di enormi palazzi, che il bianco e nero delle immagini li rende ancora di più tutti uguali. Le mani sulla città elimina gli stereotipi, le immagini da cartolina, gli scorci della città. Sebbene lo slogan politico di Nottola (il palazzinaro interpretato da Rod Staiger) sia “A tutti un occhio sul golfo”, Rosi con questo film “abbatte metaforicamente il vecchio pino di Posillipo e lo sostituisce con la foresta di cemento armato dei nuovi quartieri ”. Il golfo ed il Vesuvio cedono il posto al cemento, le “voci” dei napoletani al battipalo ed ai clacson urbani.
Il film rompe completamente con l’immagine di Napoli che il cinema ha sempre mostrato, tanto che anche nei film successivi muterà l’immagine partenopea.
Siamo negli anni del laurismo, del sacco di Napoli, delle costruzioni edilizie.
Lo studio di Nottola è stato costruito non in un teatro di posa, ma all’ultimo piano del Jolly Hotel di Napoli: da lì si può dominare visivamente tutta la città, ma la telecamera si “affaccia” una sola volta e con il buio della notte. Il film mostra una città che s’intravede nel buio della sera, dove avvolto nel buio si riconosce, non molto facilmente, il Maschio Angioino, mentre nei riflessi degli altri vetri delle finestre si contrappongono, pieni di luce, degli enormi edifici (sono i riflessi dei progetti presenti nello studio di Nottola). Siamo completamente lontani dalla città mostrata in Assunta Spina di Gustavo Serena, film del 1914-15, “dove la Divina, Francesca Bertini, si trova ad agire su un set che prevede come sfondo, nei piani lunghi, una Nisida ancora isola non ancora costretta, legata alla terra ferma di Bagnoli, dove emerge una Napoli non ancora cementificata alle sue colline da quelle colate di cemento che negli anni Sessanta furono garantite dall’amministrazione laurina e che così bene saranno raccontate da Francesco Rosi in Le mani sulla città .”
Ma in questo film di Rosi tra i tanti palazzi di cemento armato vi è un’eccezione: dopo una sfilza di cartelloni per la propaganda elettorale, si scopre Piazza del Plebiscito in cui si sta svolgendo un comizio elettorale, anche in questo caso nel buio della sera. Da questa piazza s’intravede anche un altro scorcio della Napoli del passato, pochi fotogrammi sono dedicati alla Galleria Umberto I.
“In un certo senso – afferma Nicola Guarino – è da dopo Le mani sulla città che Napoli nel cinema non sarà più la stessa. È vero, il suo centro storico, il suo centro antico, non subirà particolari trasformazioni, ma su di esso incomberà una città che è altro da sé, che l’avvolge minacciosa nei suoi anonimi quartieri, dove il verde è sempre meno, sostituito da ville e case sontuose (Posillipo) oppure da ghetti squallidi come il Rione Lauro, Pianura e, poi Il rione 167 di Secondigliano, con le sue orride vele.”
Il centro storico della città non subisce particolari trasformazioni e lo possiamo vedere in un film girato proprio nello stesso anno di Le mani sulla città, si tratta di Matrimonio all’italiana di De Sica (1963-64), dove possiamo ammirare Piazza del Gesù nella scena in cui Sophia Loren e Marcello Mastroianni si affacciano al balcone. Anche qui, quindi, i protagonisti si affacciano a guardare fuori (e con loro gli spettatori cinematografici), ma mentre nel caso di Nottola le finestre sono chiuse e tendono soprattutto a riflettere l’interno dello studio illuminato, dove a fatica si vede una città che “dorme”, nel film di De Sica le imposte del balcone sono completamente aperte e Piazza del Gesù ci viene mostrata in una giornata di sole, sottolineata ancora di più dalle immagini a colori.
Questo è un altro aspetto da non sottovalutare, infatti ricordiamo che il primo film a colori italiano è stato Totò a colori di Stefano Vanzina, del 1952, dove il colore serviva a rendere meglio le immagini turistiche dei luoghi partenopei. Mentre il bianco e nero di Le mani sulla città serve a dare un aspetto ancora più claustrofobico alla città.
Un altro confronto da fare è quello con la Napoli presentata da De Sica nel film del 1954 L’oro di Napoli, è lo stesso film che lo suggerisce: Nottola afferma “Eccolo là. Quello è l’oro di oggi” ed è un chiaro riferimento al film di De Sica, ma mentre quest’ultimo ci presenta una città che appartiene ancora al suo popolo, una città fatta di vicoli dove ognuno s’inventa il suo mestiere, Rosi ci presenta una città di dominatori, una città fatta da e per coloro che hanno il potere.

 

 

 


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