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Il Neorealismo a Napoli

Uno delle prime pellicole diretti a Napoli nel dopoguerra è “‘O sole mio” (1945) di G. Gentiluomo, primo film dedicato alle Quattro giornate, di genere musicale e, tuttavia, molto drammatico: coniuga il documentario, il melodramma e il film di canzone; protagonista è il baritono Tito Gobbi. “Proibito rubare” (1948) di Comencini, con Adolfo Celi e “Campane a martello” (194)di L. Zampa sono dedicati alla durezze del dopoguerra per gli orfani e celebrano i preti coraggiosi; il primi in particolare riflette il modello della città dei ragazzi.
La drammaticità del dopoguerra napoletano anima anche l’episodio di “Paisà” (1946) di R. Rossellini, che mette in luce l’incontro tra due mondi e la solidarietà tra il vincitore ed il sopravvissuto.
Il regista R. Castellani, invece, nel film “Due soldi di speranza” (1951), pur rigoroso nella registrazione degli eventi, non disdegna la realtà fiabesca del ‘Cunto de li cunti’ di Basile. Rappresenta, denuncia le misere condizioni di vita a Napoli e nel contado, delinea con precisione sia la figura dei protagonisti che dei comprimari non professionisti.
Nei film di R. Matarazzo emerge una forte inclinazione per la letteratura popolare: semplicità, melodramma, e forti emozioni. Esordisce con un idillio piccolo-borghese di imitazione cameriniana (“Treno popolare”) tendendo successivamente ad assecondare le esigenze del mercato con film di ogni genere. Nel 1950 inaugura la fortunata serie dei melodrammi che saranno i maggiori successi di cassetta del decennio. Il primo si intitola “Catene” (1950) e consacra la coppia Amedeo Nazzari Yvonne Sanson destinata a diventare celebre tra il pubblico popolare. Nonostante il carattere fortemente popolare, non è molta la distanza che separa questi film da “Riso amaro” (1949) e “Non c’è pace tra gli ulivi” (1950), entrambi di De Santis. Li divide l’angolazione ideologica, non quella del linguaggio cinematografico. Notevole è l’uso della contrapposizione figurativa tra bianco e nero.
Il neorealismo napoletano si sviluppa in un ambiente favorevole ed omogeneo, proprio sul terreno del dramma e del melodramma popolari con tutte le loro convenzioni narrative e con il moralismo cattolico dei temi che affrontano, sul quale lavora, appunto, con profitto Matarazzo.
M. Sequi, col film “Monastero di Santa Chiara” (1949) realizza un film originale ed eccentrico, pieno di spunti di carattere antropologico, culturale, storico , documentaristico e musicale sulla Napoli occupata (vi partecipa anche Moravia).
Fizzarotti fonde la ricerca documentaristica del Neorealismo col dramma sentimentale “Malaspina” (1947), ispirato alla sceneggiata ed ai vecchi film muti: anche qui c’è una Napoli distrutta dalla guerra.
Nel frattempo R. Amoruso, favorito dalla paralisi di Cinecittà e da un nuovo decentramento produttivo, fa risorgere la vecchia tradizione del cinema napoletano con “Madunnella”(1946), “Malaspina” (1947), “Le figlie della Madonna” (1947), “Malavita” (1947), “Femmina senza cuore” (1948). Nei film emerge complessivamente l’immagine di una città dolente, non resistenziale.
La tensione ideologica del Neorealismo italiano si stempera in ambito napoletano in una rappresentazione che indulge al colore, al folclore, al paesaggio della napoletanità con personaggi, immagini e situazioni stereotipate (canti, sceneggiate, mandolini eccetera). Questa tendenza ad una rappresentazione della realtà più positiva, che investirà nei primi anni ’50 la cinematografia nazionale, prende il nome di ‘Neorealismo rosa’.
Anche Totò, aggirandosi negli ambienti tipici del Neorealismo, periferie urbane, borghi della civiltà contadina, non sembra esente dal clima.

 

 

 


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